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Posts Tagged ‘bioeconomia’

Non l’1 ma lo 0,15 per cento

12 gennaio 2012 Nessun commento

Una ragione irritabile è una ragione tenera e debole. Perciò moralisti e osservatori valgono spesso tanto poco come persone pratiche. Novalis fr. 503.
Non c’è che una stagione: l’estate. Tanto bella che le altre le girano attorno. L’autunno la ricorda, l’inverno l’invoca, la primavera l’invidia e tenta puerilmente di guastarla. Flaiano, Diario degli errori [57]

ecco perche…

I costi umani della crisi

La crisi economica apertasi nel 2007 ha avuto come causa primaria i mutamenti dei rapporti di potere politico-economico che dali anni ’80 in poi hanno facilitato l’ascesa della finanziarizzazione, la deregolazione dei movimenti di capitale e l’affermazione di altri aspetti dell’ortodossia neoliberale: mutamenti rilevati perfino dall’Onu.

Concause di notevole peso sono state la irresponsabilità sociale, l’incompetenza e l’avidità di una parte significativa degli alti dirigenti di società finanziarie e non finanziarie, dei grandi proprietari, dei gestori a capo di fondi e patrimoni; personaggi che all’epoca del finanzcapitalismo governano di fatto l’economia e la politica del mondo. In totale si tratta di appena una decina di milioni di individui.

Al di là dellle loro intenzioni o dei loro convincimenti etici, mediante le loro strategie finanziarie questi pochi milioni di individui hanno inflitto e continueranno a infliiggere per lungo tempo rilevanti costi umani a miliardi di altri. Nella posizione che occupano, sarebbe arduo per loro agire diversamente: come premia a dismisura chi vi si conforma, così la logica endogena ["endologica", NdR] del finanzcapitalismo punisce severamente le azioni devianti.

Resta il fatto che meno dello 0,15 per cento della popolazione mondiale appare essere nella condizione di infliggere a gran parte del 99,85 per cento restante i costi che qui sotto si riassumono: non è questo l’ultimo dei motivi per asserire che la civiltà-mondo reca in sé profondi segni di degrado.

Luciano Gallino, Finanzcapitalismo, Einaudi p. 107

Approfondimenti | Global corporate power

In difesa della decrescita

28 aprile 2011 Nessun commento

Foto | Zbigniew Galucki

Iniziamo con dei brani tratti dagli ultimi numeri di Ecological Economics.

(Kallis – In defence of degrowth 2011)

[...] il problema non è la psicologia individuale degli “avari capitalisti”, ma un sistema che strutturalmente richiede un comportamento avido. La crescita non è una opzione, ma un imperativo derivante dalle istituzioni di base, cui l’uso della proprietà privata è collaterale, il debito, i tassi d’interesse e il credito e la competizione “vivi o muori” delle aziende per il profitto e le quote di mercato (le aziende che mirassero allo “stato stazionario” nei profitti sarebbero eliminate dal mercato dalla concorrenza).

(Alier et al Sustainable de-growth 2010)

Il paradigma economico dominante ricompensa “più” consumo invece di “migliore”, gli investimenti privati al posto dei pubblici, fatti su capitale manufatto piuttosto che naturale. Questa tripla distorsione auto-rinforzante si sono inchiavardate nella mentalità sociale per promuovere una nozione prometeica di crescita crematistica. Associato con il “mantra” liberale della supremazia dei mercati per promuovere la prosperità mediante un’ efficienza sempre maggiore, la prassi di questo modello economico si basa sulla privatizzazione dei  beni e servizi pubblici tradizionali ed il rafforzamento della globalizzazione economica attraverso strutture di governance internazionale, del calibro del FMI, l’OMC e la Banca Mondiale.

Per, poi, risalire alla fonte della decrescita: Nicholas Geoergescu Roegen, che nel 1977 – Inequality limits and growth from a bioeconomic viewpoint diceva:

[...] la termodinamica, ci insegna non solo che la materia-energia non può essere creata o distrutta, ma anche che la materia-energia disponibile viene costantemente ed irreversibilmente degradata in “scarto”, una forma inutile per gli interessi umani. E’ in queste leggi della termodinamica che si trova la radice della scarsità economica. In fatti, la termodinamica è la fisica del valore economico, come disse Sadi Carnot nel suo memoir del 1824. Poiché in un mondo dove le leggi della termodinamica non valessero, la stessa energia potrebbe essere usata continuamente e nessun oggetto si consumerebbe mai.

Nell’articolo G-R enuncia delle ricette per ridurre l’impatto sul pianeta della dipendenza dell’uomo moderno dai comportamenti consumistici e, in definitiva, dalla crescita:

1) riportare la popolazione ad un livello che possa nutrsi con agricoltura biologica;

2) abbandonare il principio dello scontare il futuro alla base della teoria delle risrse naturali di Hotelling: l’umanità come entità quasi immortale non può ridurne l’importanza come un individuo singolo;

3) invece di applicare il principio della massima utilità, le politiche in materia di risorse naturali, in relazione alle generazioni future, devono  impiegare quello della minimizzazione dei rimorsi.

(C’è anche chi dice che sono tutte stronzate..)

Pensando che non lo siano (in a leap of faith)…e cercando strumenti utili a capire (e gestire) la transizione presente, troviamo l’utile analisi delle politiche possibili quando un paese si trova DOPO IL PICCO DEL PETROLIO di Jörg Friedrichs in Peak oil impact on different parts of the world, il quale identifica 3 possibilità, basandosi su esempi storici del XX secolo:

  • Predatory militarism: Japan, 1918–1945
  • Totalitarian retrenchment: North Korea, 1990s
  • Socioeconomic adaptation: Cuba,1990s

Andando direttamente…a Cuba, leggiamo:

Cuba ha affrontato un serissimo stop delle forniture di energia nel 1990, simile a quella vissuta dalla Corea del Nord. Semmai, lo shock cubano fu più grave: la CIA stima la diminuzione delle importazioni di carburante tra il 1989 e il 1993 nell’ordine del 71% (citato in Briquets Diaz e Perez Lopez, 2000: 250). Gli approvvigionamenti energetici sovvenzionati da parte del blocco sovietico cessrono completamente.

Nel 1990, Fidel Castro fu costretto a proclamare l’emergenza nazionale, denominandola “Periodo Speciale”. La crisi devastò l’intera economia cubana. Le macchine arruginivano per mancanza di combustibile e pezzi di ricambio. Il trasporto pubblico e privato piombarono nel caos. I lavoratori avevano difficoltà ad arrivare su posto di lavoro. Le fabbriche e le famiglie sono state colpite da imprevedibili black-out in tutta l’isola (Perez-Lopez, 1995: 138-140). Come nella Corea del Nord, gli effetti più dolorosi si sono fatti sentire nel settore alimentare. L’apporto nutrizionale del cubano medio – in particolare per proteine e grassi – è sceso notevolmente al di sotto del livello dei bisogni umani fondamentali (Alvarez, 2004:154-169). I consumatori fecero ricorso alla buccia di pompelmo tagliata come surrogato della carne bovina, alcune persone cominciarono ad avere polli nei loro appartamenti o ad allevare bestiame sui balconi (Perez-Lopez, 1995:138).

Tuttavia, la gente di Cuba non conobbe la malnutrizione o la carestia; i senza casa e le gangs di ragazzi di strada che si nutrono di cadaveri non apparvero nelle città cubane. Così come violenza, crimine e disperazione non divennero enedemici [...] un netto contrasto con la situazione della Corea del Nord, dove la carestia ha ucciso il 3-5% della popolazione.
Il vero miracolo fu fatto dalla popolazione cubana che, contro tutte le avversità, andò avanti grazie alla coesione sociale al livello locale. Nonostante Cuba sia fortemente urbanizzata, il tipico barrio è un villaggio urbano. Le famiglie sono strettamente inglobate nella vita di vicinato. La maggior parte delle famiglie hanno vissuto nella stessa casa per generazioni e si tratta di famiglie estese, con zii, e cugini.
Non si vuole idealizzare: le famiglie rimasero nelle loro case perche il regime congelò la proprietà individuale dopo la Rivoluzione e le persone sono ammassate in spazi ristretti perche è tutto quello che hanno. Il regime ha investito nello sviluppo comunitario non tanto per creare un collante sociale quanto per mantenere il controllo politico. Tuttavia, [il risultato] è un fatto che la maggior parte dei Cubani può contare sulla propria famiglia, amici e vicini. Questa solidarietà locale, o ‘capitale sociale’, ha aiutato i Cubani durante il “periodo speciale”.

Le conoscenze tradizionali sono state decisive per nutrire la popolazione. Nonostante quasi tutti i terreni furono collettivizzati dopo la Rivoluzione del 1959, circa il 4% dei contadini Cubani mantenne i loro appezzamenti. Un altro 11% venne organizzato in cooperative private (Burchardt, 2000). Le fattorie indipendenti erano più resistenti alla crisi delle fattorie dello Stato poiché operavano con meno energia e componenti chimici. I contadini indipendenti avevano mantenuto le conoscenze tradizionali che ora potevano essere riscoperte. Altri contadini si mossero dalle fattorie statali verso le aree urbane, diffondendo le conoscenze utili all’autosufficienza alimentare e all’agricoltura urbana.
Quello dell’agricoltura urbana è un movimento fai-da-te, facilitato dalla disponibilità di conoscenze tradizionali combinate con tecniche organiche e la rustica ingenuità, caratteristica dei Cubani.
Appezzamenti abbandonati tra palazzi di cemento o nelle periferie divennero orti biologici. La popolazione occupò gli spazi disponibili vicino alle case per coltivare frutta e ortaggi. Alla metà degli anni 90 si contavano centinaia di Club Agricoli registrati solo a L’Avana. Come racconta un coltivatore: “...scambiammo i semi, le varietà, e le esperienze. Conquistammo un senso ed uno spirito di aiuto reciproco, solidarietà ed imparammo la produzione agricola” (citato in Carrasco ed altri, 2003:98).

Ovviamente, la svolta di Cuba verso un’agricoltura “a basso input” non avvenne grazie ad una coscienza ecologica, ma alla stretta necessità.

Dalla seconda metà degli anni 1990, quando la situazione economica è migliorata e gli inputs industriali sono tornati ad essere disponibili, Cuba ha iniziato un ritorno all’agricoltura industriale. E’ comunque incoraggiante notare che, durante la prima metà degli 1990, i cubani sono riusciti a gestire ed attenuare un terribile shock dell’offerta di  risorse, grazie ad un eccezionale ethos comunitario. Il confronto con la Corea del Nord dimostra che ciò non fu cosa di poco conto.

Per approfondire perche la transizione/picco del petrolio ed altri materiali, vedi: Entropia, picco del petrolio e Filosofia Stoica

1 film 1 post 1 articolo e 2 reports


Borgo dell’argento

Il film è Home di Yann Arthus-Bertrand visibile integralmente qui.

L’ottimo post Chi dice che il riscaldamento climatico non esiste di Gianni Comoretto

L’importante articolo è Economic Impacts from the Promotion of Renewable Energy Technologies The German Experience di Manuel Frondel, Nolan Ritter, Christoph M. Schmidt e Colin Vance: (sovvenzionare a 40 centesimi di euro al chilowattora non risolve il mercato del fotovoltaico).

e 2 rapporti

Worldwatch: Renewable Revolution: Low-Carbon Energy by 2030 di Janet L. Sawin and William R. Moomaw

Comuni rinnovabili 2010, di Legambiente (pdf 89 pag)

3 storie false

10 febbraio 2010 Nessun commento

Da quando ho cominciato a interessarmi della natura entropica del processo economico, non riesco a liberarmi di un’idea: è disposto il genere umano a prendere in considerazione un programma che implichi una limitazione della sua assuefazione alle comodità esosomatiche? Forse il destino dell’uomo è quello di avere una vita breve, ma ardente, eccitante e stravagante piuttosto che un’esistenza lunga, monotona e vegetativa. Siano le altre specie le amebe per esempio, che non hanno ambizioni spirituali, a ereditare una terra ancora immersa in un oceano di luce solare. NGR

Tre storie false sull’energia e la sostenibilità

(da rivedere per avere un dibattito sensato sul futuro)

(1) Presto saremo in grado di far funzionare le nostre economie con le energie alternative

Al contrario, rimarremo comunque dipendenti dall’energia fossile per almeno altri 15/20 anni (non è possibile avere una transizione più rapida, a causa di molte rigidità). Quali sono le implicazioni di questo punto? (distorsione del mercato a causa delle alleanze politiche tra paesi ricchi e multinazionali, pesanti rischi  per le economie dei paesi  poveri)

(2) Dobbiamo trovare fonti alternative di energia per continuare a fare quello che facciamo adesso

E’ vero il contrario, abbiamo bisogno di cambiare il nostro modello di produzione e di consumo, per poter utilizzare fonti energetiche alternative. Questo è alla radice del malinteso della green economy e delle energie alternative. Le fonti energetiche alternative possono essere competitive se utilizzati all’interno di un diverso modello di produzione e consumo. Ma se vogliamo solo sostituire l’attuale produzione (a base di petrolio) con le fonti alternative, le fonti alternative risulteranno più costose di quelli tradizionali (è per questo che hanno bisogno di sovvenzioni);

(3) E’ possibile risolvere il problema dei cambiamenti climatici, regolando (a piacere) il nostro consumo di energia, mediante l’attuazione di politiche semplici e indolori

Al contrario, il rapporto tra performance economica e consumo di energia è molto complesso e difficile da modificare. In altre parole, è molto improbabile che saremo in grado di aumentare il nostri consumi globali di energia oltre il livello raggiunto nel 2008 (picco del petrolio) ed è molto improbabile che saremo felici di ridurre i nostri consumi di energia (dato che ridurre i consumi energetici si traduce in crisi economica mondiale). L’attuale modello di consumo di energia è piuttosto stabile e difficile da modificare: è molto improbabile che politiche semplici e indolori, sulla base di incentivi di mercato, abbiano successo.

Fonte: societalmetabolism.org

Viva i vermi

15 giugno 2009 Nessun commento

Quando si abbatte una quercia, la sua caduta echeggia in tutta la foresta, ma cento ghiande possono essere seminate in silenzio da un venticello che nessuno nota. T. Carlyle

L’aratura profonda riduce la biodiversità ed il numero di vermi

oak

Secondo uno studio, l’uso di metodi non invasivi di preparazione del suolo, come  l’erpicatura, ha un impatto positivo sul numero e la varietà dei lombrichi (vermi del terreno) in agricoltura.

Lo studio ha comparato 5 metodi di preparazione dei suoli in Germania per un periodo di 10 anni.

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EROEI, Prometeo e i dati BP 2009

10 giugno 2009 Nessun commento

Ci sedemmo dalla parte del torto poiché gli altri posti erano occupati. Bertold Brecht

Energy Return on Energy Invested (EROEI): …a net-zero EROEI for a resource does not necessarily mean that the energy resource has no utility – it simply means that the energy resource has become an energy carrier, not an energy source. The burden of energy production must be moved to a different energy source.
Phoenix

Il passaggio rimanda all’incipit di qualunque documento parli di idrogeno: “…è necessario ricordare che l’idrogeno non è una fonte ma un vettore di energia..”

EROEI, dunque: oggi un barile di petrolio ne produce meno di 10, mentre 50 anni fa erano 100.

La questione posta in termini più generali corrisponde alla “necessità” della scoperta di Prometeo III: una tecnologia che permette a dell’energia disponibile di divenire accessibile agli uomini, usandone di meno.

E’ un motore, che permette di estrarre un carburante.
Aggiungo, il tutto permette di soddisfare dei bisogni o creare dei nuovi servizi (mobilità, elettricità, termica).

Un benvenuto ai dati BP 2009 (che confermano il picco del petrolio)

Oil production outside OPEC fell by 1.4% or 610,000b/d, the largest decline since 1992.

bp2009_consumption_byregion

..la produzione a pagina 10 del Report.

La delusione biofuels

17 marzo 2009 1 commento

biofuels_delusionLa fiducia (ed i soldi in sovvenzioni messi) nei biocarburanti sono stati motivati da 3 argomenti:

  • l’indipendenza e la sicurezza energetica (prepararsi al picco del petrolio);
  • la lotta all’effetto serra;
  • la politica agricola nell’area Ocse e lo sviluppo dell’agricoltura nei paesi in via di sviluppo.

The biofuels delusion di Mario Giampietro e Kozo Mayumi rappresenta, probabilmente, la risposta definitiva all’ipotesi che i biofuels possano costituire la panacea: sovvenzionando i programmi per la produzione industriale di etanolo dal mais negli USA o da canna da zucchero in Brasile, infatti, i governi hanno creduto ad un miraggio.

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Bioeconomia teorica: Kozo su funzione di produzione, modello fondi-flussi ed elasticità di sostituzione

25 febbraio 2009 Nessun commento

Kozo-Platone…

…ci sintetizza il pensiero di Georgescu-Roegen-Socrate nei riguardi della teoria della produzione “inventata” da R. Solow su cui, oggi più che mai, per limiti e danni provocati, si addensano le colpe della crescita della povertà, dell’ingiustizia e dell’ineguaglianza nel mondo. Dalla teoria della produzione, il fondamento della crescita, e dalla rappresentazione del processo economico da parte dell’accademia, che fonda i programmi politici, si deve partire per…capire cosa si vuole. Semplicemente (anche prima del bene comune).

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Il Bioeconomista – 3 idee ed una Introduzione alla bioeconomia

5 novembre 2008 Nessun commento

3 IDEE

1) FINE DEL MINERAL BONANZA. La crescente scarsità delle fonti fossili di energia risulterà necessariamente in una stabilizzazione dei consumi dei paesi. In qualche caso i MWh pro capite annui si assesteranno ad un livello di molto inferiore all’attuale, in altri raggiungeranno un picco per poi stabilizzarsi.

Tra gli indicatori candidati a tale misura potrebbero trovarsi i consumi totali di energia primaria/hab, i barili al giorno per abitante o (meglio) i consumi energetici per ora di attività umana, tenendo, cioè, conto della struttura demografica della popolazione (vedi pag.8).

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E’ la decrescita stupido!

30 settembre 2008 Nessun commento

The Cry

Foto André Schwabe

Il lupo non si preoccupa mai di quante siano le pecore. Virgilio

Questo lunedì è iniziato con il bell’articolo Confindustria e le Ceneri di Gramsci, di Massimo Giannini e si conclude con il crollo delle borse conseguente al no del Congresso al piano di salvataggio delle banche (analisi di Jerome e di L. Spaventa).

Come Gramsci parlava della vera concorrenza ed intraprendenza di mercato, così Berlinguer intuiva che “crescita” non significava consumo, spesa e spreco…ma piuttosto equilibrio di vita, etica personale e serenità interiore. In un sistema politico, economico e sociale inclusivo delle sue componenti più deboli. (Nel senso dell’utilità di Rawls)

Penso che oggi si possa iniziare a rifondare ideali politici e programmi di economia iniziando a riconoscere il trionfo di Georgescu Roegen: l’analisi dell’economia al di là della miope frontiera del profitto aziendale, che include la scarsità delle risorse e la degradazione dell’energia vede il suo riconoscimento, ad esempio, in tutti gli studi di impatto ambientale. La prospettiva intergenerazionale è ormai vigente in tutte le scelte (un articolo con l’esempio per i biocarburanti è: Can Biofuels Replace Fossil Energy Fuels? A Multi-Scale Integrated Analysis Based On The Concept Of Societal And Ecosystem Metabolism: Part 1, scarica, pdf 38 pagg).

La fine del petrolio a buon mercato, in anni di crescente preoccupazione per i cambiamenti climatici (l’altra faccia della nera medaglia della crescita ottusa, che invia in aria e nelle discariche gli scarti delle risorse sprecate) ha dato un colpo decisivo alla finanza speculativa imperante.

Volevo scrivere dell’importanza del ripristino della ferrovia Civitavecchia-Orte, di quanta sostenibilità e legalità necessita l’Italia che solo una rete ferroviaria capillare per cose e persone ci potrà dare (vedi La rinascita dei treni locali in Francia o Mobilità senza petrolio parte 1 – Treni). Ma non importa. Importano i desideri delle persone, che poi, diffusi ed incanalati divengono programmi e progetti…

Ancora regnerà l’incertezza, molti proporranno “ricette” per uscire dalla crisi, finanziaria, energetica. La sicurezza, i prezzi, i consumi. Tutto senza una possibilità di respirare aria di futuro, schiacciati dagli interessi dei 1000 milioni di bottegai arrivati una generazione fa dalla campagna, con i denti sulla loro rendita di posizione. A smerciare le perline cinesi per i turisti in pellegrinaggio a forma di Vaticano e Colosseo. Una nausea.

Mi chiedo, se si nega la storia, giocando sul ruolo della Resistenza come “funzionerà” l’italiano del XXI secolo? Chi non difende i giudici, come nel caso di Mani Pulite, come potrà dirsi “liberale”? (Tradendo la libertà d’impresa).

Meno male che B. ci dice che siamo un paese manifatturiero

Il picco del K

21 aprile 2008 Nessun commento

Svegliati! Fiore della foresta, cielo che cammina, uccello di pianura, creatura dagli occhi di cerbiatto, quando mi guardi io sono felice, come un fiore che beve rugiada. Canto Algokin

A volte la divisione può essere un’operazione creatrice di splendide tendenze, specie di lungo periodo: 18 anni. Ho provato a mettere in relazione l’andazzo del Dow Jones dei noti motori di ricerca (con lo Standard & Poors è uguale) con il prezzo dell’oro (dalla DB), guardate un pò che bel “ritorno alle origini”….

DowJonesvsOro&Brent

Ovviamente è un mero esercizio iper-semplificato: i dati di origine di Oro ($/oz), Dow Jones e petrolio Brent ($/bbl) sono prima rapportati e poi indicizzati (base gennaio 1990 = 100).

Il fatto che il loro rapporto dopo essere passato a 7,7 a dicembre 1998 (Dow vs. Brent) e 6,7 ad agosto 1999 (Dow vs. oro) è oggi a 0,9 e 2, rispettivamente, è un’indicazione abbastanza chiara della rivincita dell’economia “pre-finanziaria”.

Ce n’è abbastanza per mettersi ad elaborare un piano serio di rilancio delle ferrovie nel paese e dei tram nelle città?

Malthus incontra Georgescu

MateriePrime

Agli economisti piace affermare che non esistono pasti gratuiti e che ogni cosa deve essere pagata per ciò che vale, in modo che prezzo e valore siano sempre bilanciati. La Legge di Entropia ci insegna che il genere umano sottostà a un comandamento più rigido: in termini entropici, il costo di un pranzo è maggiore del suo prezzo. N. Georgescu-Roegen

Un interessante articolo di Marc Thirlwell dal titolo Malthus ritorna protagonista sul Sole 24Ore di domenica 2 marzo propone delle riflessioni originali sugli aumenti dei prezzi di petrolio e materie prime e le conseguenze sociali oltre che economiche. Evocare Malthus in epoca post-industriale, senza parlare degli avvertimenti lanciati da Nicolas Georgescu-Roegen nei primi anni ’70, che oggi appaiono come vere e proprie profezie, è secondo me, intellettualmente, disonesto.
Ecco alcuni brani dell’articolo:

Febbraio è stato il mese in cui sono tornati d’attualità concetti economici sgradevoli. La settimana scorsa i mercati finanziari hanno provato emozioni da anni 70 di fronte a una combinazione tra crescita dell’inflazione e della disoccupazione negli Stati Uniti. Poi è arrivata la notizia che il Programma alimentare delle Nazioni Unite potrebbe essere costretto a razionare gli aiuti alimentari. [...] I fattori trainanti nella cavalcata dei prezzi nel corso dell’anno passato sono stati gli sviluppi dei mercati energetici a livello mondiale.

L’alto prezzo del petrolio ha incoraggiato politiche energetiche focalizzate sui biocombustibili, con generosi stanziamenti di fondi. La produzione ha risposto a questi incentivi : secondo la Banca Mondiale, gli Stati Uniti hanno destinato il 20% della loro produzione di granoturco alla produzione di biocombustibili e l’Unione Europea il 68% della produzione a olii vegetali. A proposito della produzione di bioetanolo dal granoturco, la Banca Mondiale dice:

Rising agricultural crop prices caused by demand for biofuels have come to the forefront in the debate about a potential conflict between food and fuel. The grain required to fill the tank of a sports utility vehicle with ethanol (240 kilograms of maize for 100 liters of ethanol) could feed one person for a year; this shows how food and fuel compete. Rising prices of staple crops can cause significant welfare losses for the poor, most of whom are net buyers of staple crops. But many other poor producers, who are net sellers of these crops, would benefit from higher prices.

Riprende Thirlwell:

Non è la prima volta, nella storia mondiale che lo spettro maltusiano di penurie alimentari di portata planetaria si profila minaccioso sull’orizzonte dell’economia mondiale. Le impennate dei prezzi degli alimenti negli anno 70, e poi nuovamente a metà degli anni 90, produssero, in entrambi i casi, allarmi sull’incapacità della produzione agricola di tenere il passo con l’aumento della popolazione mondiale. Ogni volta che i prezzi sono saliti, l’impennata si è rivelata temporanea perché l’offerta si è adeguata alla domanda.

Ci sono buone ragioni per ritenere che anche in quest’ultima ondata di squilibri di mercato finisca con l’avere lo stesso esito. Ci sono però due “ma”, e sono due “ma” importanti, che si contrappongono a una lettura tanto ottimistica della situazione attuale. Il primo è che il lasso di tempo che l’offerta impiega per rispondere agli stimoli prodotti dall’innalzamento dei prezzi potrebbe rivelarsi più lungo che che in passato, perché i cambiamenti che stanno interessando i mercato mondiali dell’energia – e di conseguenza anche la domanda mondiale di biocombustibili – sono probabilmente destinati a durare nel tempo. Con i cambiamenti climatici e la degradazione ambientale che minacciano la capacità di produzione agricola in diverse regioni chiave, difficilmente l’offerta potrà dare prova della stessa elasticità dimostrata in passato.

Stiamo dicendo che in futuro avremo:

Meno terra meno fertile,
per nutrire più persone,
con petrolio più caro per trasportare il cibo.

Thirlwell parla quindi dei costi sociali che si prospettano tempi difficili,

1) Nelle economie più povere, fortemente dipendenti dagli aiuti alimentari del World Food Program, le quantità di cibo fornito diminuiscono con l’aumento dei prezzi, essendo a budget fisso;

2) Nei paesi emergenti, dove le diseguaglianze sociali si sono ampliate con la nascita di borghesie/aristocrazie imprenditoriali, l’effetto di un aumento dei prezzi agricoli potrebbe riequilibrare le disparità di reddito tra città e campagna, le conseguenze negative rischiano di ripercuotersi sul proletariato urbano;

3) Idem nei paesi sviluppati;

4) Sul reddito reale in generale, a causa delle politiche monetarie rigide per fronteggiare gli aumento dei prodotti alimentari, fino a misure di stampo dirigista di controllo dei prezzi.

Si delinea un processo economico che può sintetizzarsi così:

L’aumento del prezzo del petrolio ha causato un aumento del prezzo delle materie prime, che sembra destinato a durare nel tempo, sia perché il petrolio rimarrà “caro”, sia perché il suo sostituto (i biocarburanti) sottraggono terra fertile (in diminuzione a causa della degradazione generale dei terreni, dovuta allo sfruttamento intensivo ed al riscaldamento globale).

Il rialzo dei prezzi agricoli, secondo me, rischia di provocare tensioni sociali anche e soprattutto nei ceti medi urbani dei paesi sviluppati dove l’erosione dei salari reali da reddito dipendente non può essere compensata dall’autoproduzione di beni agricoli (possibile, invece, nei piccoli centri mediante orti familiari, cooperative etc.).

A questo si associa un crescente malcontento dovuto agli alti costi dell’uso del mezzo privato per il tempo libero, oltre che per la mobilità “necessaria”.

Gli alti costi dell’uso dell’automobile privata per “evadere” dalle città nei week end, infatti, rischiano di creare delle forme paranoiche di malessere, dovute alla presa di coscienza dell’impossibilità di vedere realizzati quegli ideali di successo ereditati dai nostri padri e – finora – realizzati (e [di]mostrati) proprio nel tempo libero. Il fallimento di questi ideali è forse la minaccia più grave alla pace sociale.

Citiamo Georgescu, a proposito della relazione città-campagna:

Se il contadino fosse sempre stato intrinsecamente indolente ed economicamente inerte, invece di gran lavoratore, semplicemente risparmiatore, non si sarebbero create le basi per lo sviluppo della civiltà urbana. Il rapporto iniziale fra città e campagna è all’origine della profonda sfiducia del contadino nei confronti di ogni idea che la città cerca di vendergli [...] Nei villaggi sfruttati dallo stato per lunghi periodi fino al limite della crudeltà, i contadini inizialmente cercarono di apparire poveri agli esattori delle imposte, ma il continuo sfruttamento li rese effettivamente poveri. Alla fine scoprirono che lavorare quanto basta per restare poveri rappresentava la migliore strategia per sopravvivere nella lotta contro i loro sfruttatori., L’inerzia cumulativa della tradizione fece il resto.

da G.C. Dragan e M.C. Demetrscu Entropia e Bioeconomia, Il nuovo paradigma di Nicholas Georgescu-Roegen, Nagard Ed.

Lezioni Zen – La civiltà Edo e l’armonia della natura

reisfelder

Foto da fotocommunity

Due esempi di pratiche sostenibili nella storia del Giappone. Da Ei-Ichiro Ochiai, A sustained Society: Japan’s Edo Period – An experience of Ultimate Sustainability

Il Giappone è un paese costituito da quattro isole principali e, durante il cosiddetto periodo Edo (1600-1867), ha potuto autosostenersi senza lìapporto di energia e materiali dall’esterno, migliorando la qualità della vita dei cittadini e del suo ambiente in generale. La densità di popolazione nel periodo Edo era di 80 ab/km2, il doppio della media mondiale attuale.

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Georgescu – La legge dell’entropia ed il processo economico

12 febbraio 2007 Nessun commento

Ecco una prima dell’introduzione a The Entropy Law and the Economic Process:

The Enthropy Law_Intro

Approfondimento

La tesi di STEFANO GEROSA:
LIMITI DELLO SVILUPPO ECONOMICO, RISORSE NATURALI E PROBLEMI AMBIENTALI
1988

Georgescu – Il Programma Bioeconomico Minimale

16 gennaio 2007 Nessun commento

Georgescu&Valero

Ora mi sembra necessario riportare (da Tecalibri) il Testamento del Padre della Bioeonomia

Il programma bioeconomico minimale

 

 

Primo, la produzione di tutti i mezzi bellici, non solo la guerra, dovrebbe essere completamente proibita. E’ assolutamente assurdo (e ipocrita) continuare a coltivare tabacco se per ammissione generale nessuno intende fumare. Le nazioni così sviluppate da essere le maggiori produttrici di armamenti dovrebbero riuscire senza difficoltà a raggiungere un accordo su questa proibizione se, come sostengono, hanno abbastanza saggezza da guidare il genere umano. L’arresto della produzione di tutti i mezzi bellici non solo eliminerebbe almeno le uccisioni di massa con armi sofisticate, ma renderebbe anche disponibili forze immensamente produttive senza far abbassare il tenore di vita nei paesi corrispondenti.

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