Non l’1 ma lo 0,15 per cento

12 gennaio 2012 Nessun commento

Una ragione irritabile è una ragione tenera e debole. Perciò moralisti e osservatori valgono spesso tanto poco come persone pratiche. Novalis fr. 503.
Non c’è che una stagione: l’estate. Tanto bella che le altre le girano attorno. L’autunno la ricorda, l’inverno l’invoca, la primavera l’invidia e tenta puerilmente di guastarla. Flaiano, Diario degli errori [57]

ecco perche…

I costi umani della crisi

La crisi economica apertasi nel 2007 ha avuto come causa primaria i mutamenti dei rapporti di potere politico-economico che dali anni ’80 in poi hanno facilitato l’ascesa della finanziarizzazione, la deregolazione dei movimenti di capitale e l’affermazione di altri aspetti dell’ortodossia neoliberale: mutamenti rilevati perfino dall’Onu. Concause di notevole peso sono state la irresponsabilità sociale, l’incompetenza e l’avidità di una parte significativa degli alti dirigenti di società finanziarie e non finanziarie, dei grandi proprietari, dei gestori a capo di fondi e patrimoni; personaggi che all’epoca del finanzcapitalismo governano di fatto l’economia e la politica del mondo. In totale si tratta di appena una decina di milioni di individui. Al di là dellle loro intenzioni o dei loro convincimenti etici, mediante le loro strategie finanziarie questi pochi milioni di individui hanno inflitto e continueranno a infliiggere per lungo tempo rilevanti costi umani a miliardi di altri. Nella posizione che occupano, sarebbe arduo per loro agire diversamente: come premia a dismisura chi vi si conforma, così la logica endogena ["endologica", NdR] del finanzcapitalismo punisce severamente le azioni devianti. resta il fatto che meno dello 0,15 per cento della popolazione mondiale appare essere nella condizione di infliggere a gran parte del 99,85 per cento restante i costi che qui sotto si riassumono: non è questo l’ultimo dei motivi per asserire che la civiltà-mondo reca in sé profondi segni di degrado.
Luciano Gallino Finanzcapitalismo, Einaudi p. 107

Manovra salva-Italia – Le integrazioni necessarie

7 dicembre 2011 Nessun commento


Prima ti ignorano, poi ti deridono, poi ti combattono. Poi vinci. Attribuita a Gandhi

..non in ordine di importanza.

Lotta all’evasione 1. Verifiche e controlli delle dichiarazioni fatte non bastano: è necessario che il contribuente sappia che lo Stato può conoscere attività e guadagni mediante l’abbassamento della soglia a 300€ dei pagamenti elettronici (tracciabilità), con contemporanea abolizione dell’interchange fee bancario, attualmente ricaricato dalle banche sulle operazioni mediante POS (pagamento con Bancomat).

Lotta all’evasione 2. Messaggio chiaro necessario: deducibilità dell’IVA (affitti, ristrutturazoni, riparazioni, libere professioni, servizi vari) e invio delle banche al fisco delle consistenze dei conti al fine di ricostruire, utilizzando anche il catasto, la situazione patrimoniale di ciascuno (attualmente limitata ai Ministri!).

Carburanti. Dopo aver rimpinguato le casse dello Stato, gli aumenti di accisa ed IVA sui carburanti (fossili, importati ed inquinanti) devono essere destinati alla loro SOSTITUZIONE sul territorio =  costruire treni, tram e piste ciclabili per ridurre strutturalmente sia la bolletta che la dipendenza petrolifera.

Auto. Abbassamento a 140kW (190 cv) della soglia del Superbollo (ora a 185 kW = 252 cv).

Sicurezza 1. Unificazione della gestione di Polizia e Carabinieri con il passaggio di questi ultimi al Ministero dell’Interno, e imputazione alle società di calcio delle spese per il personale impiegato negli stadi, come proposto dal Siulp.

Sicurezza 2. (collegato a Lotta all’evasione). Riorganizzazione della Guardia di Finanza al fine di coadiuvare:
- gli Ispettori del lavoro per la legalità del nuovo che si costruisce (cantieri edili);
- le Soprintendenze Archeologiche per la legalità dell’antico da preservare (siti archeologici minori);
- l’ARPA e Corpo Forestale per la natura che si distrugge (discariche, fiumi, spiagge, ecc.).

Sicurezza 3. Depenalizzazione delle droghe leggere al triplice fine di:
- Eliminare buona parte degli enormi introiti dellle mafie;
- Liberare centinaia di migliaia di ore-uomo di polizie e magistratura da operazioni e pratiche capillari sul territorio, permettendo la concentrazione sulla malavita;
- Svuotare le carceri.

Pensioni. Portare al triplo (invece del doppio) del minimo la soglia dell’indicizzazione.

Frequenze TV. Fare le aste su quelle regalate a Rai e Mediaset.

Difesa. Rivisitazione (progressiva ma decisa) delle spese militari in senso “pacifico”.

Capitali scudati. Portare al 3-5% l’imposizione.

Vedi anche | PozzoBuco

 

La manovra salva-Italia in dettaglio: il costo dei carburanti

5 dicembre 2011 Nessun commento

Foto| Toni Kaplan

La dove è il pericolo è anche la salvezza. Friedrich Hölderlin

La manovra “salva-Italia” dell’esecutivo Monti presentata oggi in è quanto di meglio si potesse concepire, con Parlamento, situazione economica e tempistica attuali. O quasi. Vediamo brevemente perché.

Si introduce, di fatto, una patrimoniale che mira a barche, auto di grossa cilindrata, ecc. Si tassano le rendite finanziarie con l’imposta di bollo; si rivalutano le rendite catastali – di fatto un valore ridicolo – che chiunque abbia venduto o acquistato casa sa infinitamente minore del reale. (Perche?)

Non la si chiama Ici, ma l’Imu è pensata a tutto vantaggio delle finanze locali.

Si poteva mettere a 500€ la soglia per le transazioni, si potevano abbattere le pensioni milionarie e gli stipendi d’oro dei manager pubblici, certo. Ma queste non sono “manovre”, si chiamano leggi di equità. Prima l’essenziale.

Non entro nel merito delle pensioni, ma rivalutare quelle fino a 960€ salva molti dall’indigenza.

Si dichiara guerra all’evasione: è esattamente quello che serve per iniziare ad ELIMINARE quel 20/30% di PIL in nero!

Vediamo ora cosa succede a gennaio ai prezzi di benzina, diesel e GPL con gli aumenti di accisa ed Iva; fatta l’ipotesi che i prezzi a monte di tasse ed accise rimangano sui valori del 28 novembre scorso (0.69, 0.78 e 0.474 €/lt.).

La benzina

Il diesel

Il GPL

Benzina e Diesel a 1,7€/litro.

Ricordate Professori,

le ciclabili, i tram e i treni salvano l’Italia che si muove (molto male oggi vedi  specie pagina 25).

Hasta!

Vedi anche | La tecnocrazia e il valore energetico delle merci

Perche la crescita economica è così popolare

Statistiche inutili: l’intensità energetica

10 ottobre 2011 2 commenti

Niente foto bucoliche qui.

Ecco la lista dei paesi secondo l’intensità energetica nel 2003 (da Wikipedia).

Unità: tonnellate equivalenti petrolio (TOE) per milioni di PIL di dollari reali del 2000 [TOE/$]

Fonte: World Resources Institute

Vediamo il Gruppo 1, compreso entro 90-140, che va dal Peru ad Israele.

E’ impressionante notare che Botswana, Sri Lanka, Svizzera, Italia e Tunisia sono tutti paesi con un’intensità energetica di 120 TOE/$.

Si tratta di paesi enormemente diversi da un punto di vista sociale, economico e demografico. Si potrebbe dedurre che questi paesi abbiano un’intensità energetica simile, poiché energia e Pil vanno di pari passo: il Botswana consuma poca energia e genera poco Pil, al contrario della Svizzera. Ma il numero non dice chi consuma (cosa) e chi genera il dollaro di Pil.

Passiamo al Gruppo 2: da Cipro al Sud Africa, con in rosso Eritrea, Svezia, Equador e gli USA. Anche in questo caso l’indicatore TOE/PIL non informa sul reale stato di cose vigenti:

  • un paese che produce molta energia potrebbe esportarla tutta ed impoverire i suoi abitanti
  • un paese che non ne produce ma pratica risparmio energetico democratizza l’energia
  • noi (Italianiii!) che non ne produciamo e andiamo tutti in auto (a 10km/ora nel traffico) ci impoveriamo, senza accorgercene.

In alternativa si potrebbe prendere l’intensità energetica pro capite. Serve la popolazione e un’ottima fonte è il CIA World Factbook. Dividendo l’intensità energetica per la popolazione (e moltiplicato 1000000) si ottengono i grammi di TOE/$.abitante: delle statistiche diverse…che non spiegano nulla! Infatti, nel grafico, tutto a  sinistra troviamo Cina, India e USA: l’intensità energetica pro-capite non spiega né il benessere né la sostenibilità.

Un prova dell’inutilità dell’EI (procapite e non) viene dall’affiancamento dell’EI pro capite con i consumi di energia pro capite:

Il successo (tutto accademico) dell’intensità energetica si spiega con l’analisi delle serie temporali. La ragione del suo utlizzo è stata (di)mostrare la sua propria diminuzione nel tempo. Per 2 ragioni:

  • per confermare l’ipotesi della dematerializzazione delle economie avanzate, basate sui servizi.
  • per generare la visione ottimistica delle Curve Ambientali di Kuznets, secondo le quali Paese ricco = Paese sostenibile (un bel lavaggio delle coscienze).

In realtà, le economie moderne importano beni che hanno consumato molta energia, materiali ed acqua per essere prodotti altrove (NIMBY?).

Altrove dove?

Dove il lavoro è schiavitù, l’inquinamento non viene pagato e per un blog si va in galera!

Qui da noi intanto il settore, siderurgico, chimico e tessile spariscono.

Infatti consumiamo meno energia procapite:

Il contrappasso c’è ed è questo:

il prodotto che ha consumato energia, materiali e acqua “lì” si vendica “qui”, da noi, inqunando le falde acquifere che passano sotto le nostre enormi discariche!

ATTENZIONE: incuria e inquinamento rischiano di compromettere anche gli ultimi settori economici che ci rimangono: alimentari e turismo.

I prodotti “reali” importati, che hanno consumato risorse ed energia ed inquinato altrove (es. dai BRICS), ma anche da noi in fine vita (breve), vengono pagati dall’OCSE con il debito.

Un debito garantito dalla scommessa della futura crescita.

E, dato che le previsioni OCSE non sono di crescita, i titoli del debito…

Si chiamano Bond, PONZI BOND!

Traduco quello che diceva l’Agenzia Internazionale dell’Energia nel 2004, in occasione del (suo) 30° compleanno. Oil Crises & Climate Challenges 30 years of energy use in IEA countries, 2004, p. 195.

Uno dei risultati più importanti di questo studio è che il tasso di risparmio energetico nei paesi membri dell’AIE ha subito un rallentamento a partire dal 1990, così come la diminuzione delle emissioni di CO2 rispetto al PIL. Questo dimostra che i cambiamenti causati dalla crisi (dei prezzi) petrolifera degli anni 1970 e le politiche energetiche conseguenti sono stati più efficaci per controllare la crescita della domanda di energia e ridurre le emissioni di CO2 che non l’efficienza energetica [tecnologia, NdR] e le politiche per il controllo del clima degli anni ’90.

Il rallentamento del risparmio di energia è un problema ambientale e di sicurezza energetica. I due principali vettori energetici petrolio ed elettricità, sono caratterizzati da una rapida crescita. Il consumo di petrolio si spiega con la rapida crescita della domanda di trasporto, mentre l’aumento dell’elettronica di consumo e degli elettrodomestici nelle famiglie e nel settore dei servizi spinge la domanda di energia elettrica.

Nel breve e medio periodo il trasporto rimarrà quasi interamente dipendente dal petrolio. Anche se le fonti rinnovabili hanno iniziato a progredire nella produzione di energia elettrica, la maggiore domanda di elettricità nei prossimi anni sarà soddisfatta in larga misura da nuove centrali a carbone o a gas. Date le considerevoli inefficenze nella generazione di energia elettrica e la bassa probabilità che le tecnologie di cattura e stoccaggio della CO2 possa diffondersi nel breve periodo, la maggiore domanda di elettricità aumenterà significativamente le emissioni di CO2 nei paesi dell’AIE.

Quale crescita avremo nella domanda di servizi energetici nei diversi settori dell’economia? E quali prospettive esistono per ri-accelerare il risparmio energetico?

La domanda posta da Georgescu-Roegen 20 anni fa è sempre valida…

Quo vadis Homo Sapiens Sapiens?

Marx e la Religione

28 settembre 2011 Nessun commento

Ho ritrovato la tesina della maturità (Liceo Mamiani)…dove si poteva scrivere:

Il marxismo spinge al limite l’altruismo: “donare la vita per l’altro in nome dell’amore” vuol dire vivere intensamente la vita e le lotte di ogni giorno, per la liberazione dell’umanità: questo è il comunismo.

 Foto | Mihaela Atasiei

Premessa

La filosofia che si elabora in Germania tra gli anni ’30 e ’40 dell’800 è all’ombra del grande Hegel. Grande era l’entusiasmo e numerosi i dibattiti sul tema del rapporto tra filosofia e religione suscitati dal suo rivoluzionario pensiero.

Sin dai primi anni liceali, Marx mostra tendenze anti-reazionarie un esempio il suo rifiuto di visitare il professore di latino dopo gli esami perché notoriamente conservatore), che gli erano derivate sia dalla tradizione di famiglia sia dall’influsso che il carismatico professor Wyttenbach, inviso al governo per le sue antiche simpatie giacobine, esercitò su di lui.

Queste “tendenze”, in ogni modo,acquistano ben altro spessore allorché Marx entra all’università e con la frequentazione del Docktorclub berlinese, una ‘associazione di intellettuali ove alla severa critica contro il sistema politico si univano veri e propri atteggiamenti goliardici (vedi gli arresti per schiamazzi notturni).

Questi giovani, promettenti, intellettuali erano stimolati positivamente dal pensiero hegeliano, visto da loro come inizio per la costruzione di un migliore ordine politico e sociale. C’era molto di giovanile e di ingenuo; una pura e disperata fiducia nella possibilità di completare da sinistra l’equivoco sistema del grande maestro.

Il complesso della dottrina di Hegel – dice Engels – lasciava uno spazio considerevole per le più differenti concezioni pratiche di partito. Principalmente due campi quindi nella Germania teorica di quel tempo: la Religione e la Politica. Coloro che diedero maggiore importanza al sistema onnicomprensivo furono i “conservatori” (la destra hegeliana o i “vecchi hegeliani”, secondo Stirner); coloro per cui l’essenziale era il metodo dialettico abbracciarono, invece, idee politiche di opposizione o di contrasto all’autoritarismo vigente.

I giovani hegeliani, spinti da insoddisfazioni e istanze critiche, per seguire i loro scopi, si sono dovuti sottrarre all’ordinamento borghese cacciati da scuole e nazioni, riducendosi al lavoro di traduzioni o di giornalismo spicciolo, sommersi dai debiti.

Furono insomma delle “vite deviate, delle esistenze fallite” (Löwith), che sotto la costrizione dei rapporti sociali espressero giornalisticamente le loro conoscenze erudite, ma anche gli attacchi e le ripicche, come un gruppo di fratelli-nemici, in un gioco continuo e mutevole di alleanze egoistiche.

Sembra quasi che essi abbiano subito fisicamente i contrasti e le lacerazioni formatisi nel sistema hegeliano dopo la loro stessa critica.

(Se vuoi) continua a leggere: Marx_e_la_Religione_1987

Approfondimenti | Rampini e Krugman – Marx a Wall Street

Nicholas Georgescu-Roegen 1993 – Looking Back

Il picco del capitalismo (phase III)

12 agosto 2011 1 commento

Il paziente scarabeo ci insegna che, se vogliamo liberarci dalle montagne di rifiuti, se vogliamo evitare gli inceneritori, le discariche, se vogliamo rendere efficienti i processi di riciclo, dobbiamo scegliere materie prime e merci quanto più possibile simili alle materie presenti in natura e solo allora ci sarà facile sia evitare gli inquinamenti nei processi di produzione, sia riutilizzare una frazione crescente dei rifiuti. Propongo perciò ufficialmente che le aziende di trattamento dei rifiuti adottino come proprio simbolo lo scarabeo.

http://giorgio-nebbia.blogspot.com/2011/08/apologia-dello-scarabeo.html

Foto | Nasim

Una riflessione:

Dal punto di vista di un economista dovrebbe sorprendere che il sistema economico venga chiamato con il nome di uno dei fattori di produzione (link in inglese dato che la pagina italiana è miserrima) in quanto caratterizza il sistema stesso come sistema del capitale.

Più di tre anni fa,

  • dopo le tensioni sulle materie prime alimentari dovute all’inizio dei programmi di produzione di biofuels col mais per foraggiare l’agroindustria,
  • prima della tempesta speculativa sul petrolio a 140$/barile dovuta al diffondersi di seri rapporti sull’esaurimento del petrolio a buon mercato (vedi), che avrebbe prodotto
  • la crisi finaziaria dei mutui subprime, il fallimento della Lehmann Brothers e la sovvenzione degli Stati alle Banche,

mi ero messo a calcolare il rapporto tra le serie del Dow Jones e quelle di oro e petrolio. Era aprile 2008.

Un anno dopo, dopo il crollo di 100$/barile del prezzo del petrolio e delle economie mondiali, che hanno visto prima la decrescita del PIL dal 1929, avevo fatto un aggiornamento da cui si vedeva il tentativo di risalita del rapporto Dow/Brent (non di quello Dow/oro).

All’epoca, marzo 2009, ci si chiedeva se la crisi fosse alle nostre spalle…oggi sappiamo che non lo è: gli stati sono indebitati, i creditori non sono generosi, non ci sono i soldi per “rilanciare l’economia” anche perche non si capisce quale rilancio, da dove e verso dove.

L’effetto della distruzione dello stato sociale è visibile ovunque: criminalità, solitudine, miseria culturale ed economica. La scuola privata in Inghilterra ha prodotto generazioni di teppisti “no hope” e “fuck’em all”. Questo dall’ex-Reale impero, dopo un decennio di governo di finta sinistra (Blair), dovrebbe far riflettere.

Educazione, Ambiente, Salute, Trasporti, Lavoro, Ministri senza visione, soggiogati ed “in-criccati” sono colpevoli. I loro successori dovranno osare.

Ho aggiornato le serie del Dow, Brent e Oro nel grafico seguente: 20 anni di nulla sono confermati.

Le politiche per la crescita sono obbligate a mirare bene (mezzi ed obiettivi), si parta – ad esempio dal Coefficiente di Gini, poi si proceda a redistribuire…

Ricordando che il fattore-lavoro è la società (non l’1% di consiglieri di amministrazione e politici o il 5% di commercianti ricchi). Dietro le ore lavorate dalle persone (ed il relativo valore aggiunto) si celano le esistenze dei salariati, degli artigiani, dei piccoli commercianti ed imprenditori che delle 40 o 50 ore settimanali traggono sempre meno pane, serenità e divertimento.

Qui si vede come vanno Eni, Fiat, Esso e …Mediaset.

Si ripristino immediatamente i programmi di liberalizzazioni (Bersani) di tracciabilità dei pagamenti, di imposte sulle case di lusso l’ICI alla Chiesa, l’incrocio delle banche dati fiscali e del commercio.

Si tassimo le operazioni finanziarie a breve (vedi Taxing Financial Transactions: Issues and Evidence di Thornton Matheson del FMI, pag. 49) e i patrimoni.

I soldi in entrata devono servire alla crescita, di intrastrutture e servizi: si impostino dei piani nazionali per Trasporti (su ferro), Acqua e Rifiuti e programmi di recupero delle aree naturali e storiche, in accordo e svolti su base locale. Questo rilancerà l’economia e svilupperà il turismo colto, leggero e responsabile di cui il nostro bel paese ha disperato bisogno (non dei giri sui torpedoni a due piani + Cappella sistina e Colosseo ecc.)

Buon ferragosto.

Risorse

Gini – Delusioni dell’econometria 1956

Georgescu-Roegen – Further thoughts on Corrado Gini’s Delusioni dell’econometria 1966

…o la decrescita della difesa?

28 luglio 2011 Nessun commento

La calma è la vigliaccheria dell’anima. Lev Tolstoj

Quando hai paura di qualcosa, cerca di prenderne le misure e ti accorgerai che è poca cosa. Luciano De Crescenzo

Foto | Wattletree

Il titolo, che allude al post precedente, è provocatorio, ma sicuramente corrisponde ad una ambizione rivoluzionaria: diminuire le armi e la loro produzione, acquisto e diffusione tra lapopolazione, in armonia col primo punto del Programma Bioeconomico Minimale proposto da Georgescu-Roegen 30 anni fa.

Non si tratta solo di progreessivamente diminuire la spesa per la difesa, ma anche di velocemente togliere le armi da fuoco dalle case, lasciando – ovviamente – la dotazione alle forze di sicurezza.

In un senso interiore di difesa, inoltre, credo sia utile identificare ed analizzare, per, possibilmente, decrescere-controllare quel sentimento da assediati che porta la maggioranza di noi, quando può, a scegliere il posto esclusivo per essere distante dalla massa.

All’inverso della democratica, orizzontale, sicurezza, che ci dovrebbe garantire la società dell’informazione capillare e gratuita, infatti, continuiamo a sentirci protetti meglio quando siamo dietro a muri, cancelli e vetri blindati. E’ un sentimento da castello assediato, da Masada, che chiunque possegga una villa o un terreno a anche un posto auto conosce benissimo.

Ma basta vedere la primissima città, Çatalhöyük, dove si entrava in casa si entrava dal tetto per ragioni difensive per capire da dove veniamo…

La frammentazione dello spazio ha portato alla scomparsa della vita in strada: non esistono più i cortili condominiali, tutto viene murato, recintato, sorvegliato e si può solo consumare prodotti in luoghi privati.

Tempo fa avevo proposto alcune soluzioni per la mobilità urbana a Roma e, alle conclusioni, parlavo della necessità di aprire i cortili condominiali e le aree verdi non attrezzate (i “camponi” di Roma).

Volendo proporre dei temi pratici per la decrescita, suggerisco:

  • le cancellate, i muri e le recinzioni che limitano la mobilità e il contatto umano
  • il numero e lo stipendio dei rappresentanti politici, che alimentano le clientele, la corruzione e la prostituzione
  • le armi
  • la pubblicità televisiva
  • le sovvenzioni pubbliche al trasporto su gomma, all’industria di ferro, cemento energia e vetro e all’agroindustria (vedi)
  • il limite di velocità (vedi) e segnaletica stradale.

Questo allo scopo di volgere le risorse in favore del fattore di produzione lavoro a scapito del capitale (Tobin Tax). Attività ad alta intensità di manodopera potranno essere volte al riassetto idrogeologico, alla realizzazione del ciclo integrato dei rifiuti, alla gestione delle risorse idriche, al recupero dell’artigianato, delle produzioni alimentari di qualità, così come all’educazione ambientale (mediante incentivazione di ricerca ed insegnamento).

Perché…

SCHEMA

Growth vs. Degrowth? Or from capitalism to Labouromics? (a Roegenian perspective).

We dealt with classical (mainstream) economics, assuming scarce energy and materials could be dealt with technical progress. And capital(for)-energy substitution. Empirical evidence points to low substitution.

The Degrowth vs. Agrowth debate (Kallis and Van denBergh, 2010, 2011) agrees on:

labour total hours decrease to 35 hours weekly,

Tobin and carbon tax, to lower financial speculation and carbon emissions respectively.

But there is necessity to grow trains and trams infrastructure. It can be done through a proper legislative program to alllow community-based fiscal policy systems. These will also be central for the waste and water management at regional level.

On a chemical energy scheme societies will have to degrow carbon and grow hydrogen use. Resources will have to be directed to energy storage projects aimed at showing local self sufficiency for energy, food, water and waste.

Renewable fuel for cars will increase support for hydrogen production projects. The coupling of renewable local hydrogen and community funded fuel cell engines in transport and stationary applications will power local industry and handicraft.

Down-to-earth, literally, the terra preta concept shapes the world of needed close circle of food, energy and, in general, materials handling in front of us.

Where available (Tuscany, again, but Lazio also) geothermal will change the “standard” solar/eolian pattern of renewable energy landscape…

Photo by landscaper (infatti…)

Risorse

Georgescu-Roegen – Thermodynamics and we, the humans 1993

Stiglitz – Georgescu-Roegen versus Solow/Stiglitz 1997

In difesa della decrescita

28 aprile 2011 Nessun commento

Foto | Zbigniew Galucki

Iniziamo con dei brani tratti dagli ultimi numeri di Ecological Economics.

(Kallis – In defence of degrowth 2011)

[...] il problema non è la psicologia individuale degli “avari capitalisti”, ma un sistema che strutturalmente richiede un comportamento avido. La crescita non è una opzione, ma un imperativo derivante dalle istituzioni di base, cui l’uso della proprietà privata è collaterale, il debito, i tassi d’interesse e il credito e la competizione “vivi o muori” delle aziende per il profitto e le quote di mercato (le aziende che mirassero allo “stato stazionario” nei profitti sarebbero eliminate dal mercato dalla concorrenza).

(Alier et al Sustainable de-growth 2010)

Il paradigma economico dominante ricompensa “più” consumo invece di “migliore”, gli investimenti privati al posto dei pubblici, fatti su capitale manufatto piuttosto che naturale. Questa tripla distorsione auto-rinforzante si sono inchiavardate nella mentalità sociale per promuovere una nozione prometeica di crescita crematistica. Associato con il “mantra” liberale della supremazia dei mercati per promuovere la prosperità mediante un’ efficienza sempre maggiore, la prassi di questo modello economico si basa sulla privatizzazione dei  beni e servizi pubblici tradizionali ed il rafforzamento della globalizzazione economica attraverso strutture di governance internazionale, del calibro del FMI, l’OMC e la Banca Mondiale.

Per, poi, risalire alla fonte della decrescita: Nicholas Geoergescu Roegen, che nel 1977 – Inequality limits and growth from a bioeconomic viewpoint diceva:

[...] la termodinamica, ci insegna non solo che la materia-energia non può essere creata o distrutta, ma anche che la materia-energia disponibile viene costantemente ed irreversibilmente degradata in “scarto”, una forma inutile per gli interessi umani. E’ in queste leggi della termodinamica che si trova la radice della scarsità economica. In fatti, la termodinamica è la fisica del valore economico, come disse Sadi Carnot nel suo memoir del 1824. Poiché in un mondo dove le leggi della termodinamica non valessero, la stessa energia potrebbe essere usata continuamente e nessun oggetto si consumerebbe mai.

Nell’articolo G-R enuncia delle ricette per ridurre l’impatto sul pianeta della dipendenza dell’uomo moderno dai comportamenti consumistici e, in definitiva, dalla crescita:

1) riportare la popolazione ad un livello che possa nutrsi con agricoltura biologica;

2) abbandonare il principio dello scontare il futuro alla base della teoria delle risrse naturali di Hotelling: l’umanità come entità quasi immortale non può ridurne l’importanza come un individuo singolo;

3) invece di applicare il principio della massima utilità, le politiche in materia di risorse naturali, in relazione alle generazioni future, devono  impiegare quello della minimizzazione dei rimorsi.

(C’è anche chi dice che sono tutte stronzate..)

Pensando che non lo siano (in a leap of faith)…e cercando strumenti utili a capire (e gestire) la transizione presente, troviamo l’utile analisi delle politiche possibili quando un paese si trova DOPO IL PICCO DEL PETROLIO di Jörg Friedrichs in Peak oil impact on different parts of the world, il quale identifica 3 possibilità, basandosi su esempi storici del XX secolo:

  • Predatory militarism: Japan, 1918–1945
  • Totalitarian retrenchment: North Korea, 1990s
  • Socioeconomic adaptation: Cuba,1990s

Andando direttamente…a Cuba, leggiamo:

Cuba ha affrontato un serissimo stop delle forniture di energia nel 1990, simile a quella vissuta dalla Corea del Nord. Semmai, lo shock cubano fu più grave: la CIA stima la diminuzione delle importazioni di carburante tra il 1989 e il 1993 nell’ordine del 71% (citato in Briquets Diaz e Perez Lopez, 2000: 250). Gli approvvigionamenti energetici sovvenzionati da parte del blocco sovietico cessrono completamente.

Nel 1990, Fidel Castro fu costretto a proclamare l’emergenza nazionale, denominandola “Periodo Speciale”. La crisi devastò l’intera economia cubana. Le macchine arruginivano per mancanza di combustibile e pezzi di ricambio. Il trasporto pubblico e privato piombarono nel caos. I lavoratori avevano difficoltà ad arrivare su posto di lavoro. Le fabbriche e le famiglie sono state colpite da imprevedibili black-out in tutta l’isola (Perez-Lopez, 1995: 138-140). Come nella Corea del Nord, gli effetti più dolorosi si sono fatti sentire nel settore alimentare. L’apporto nutrizionale del cubano medio – in particolare per proteine e grassi – è sceso notevolmente al di sotto del livello dei bisogni umani fondamentali (Alvarez, 2004:154-169). I consumatori fecero ricorso alla buccia di pompelmo tagliata come surrogato della carne bovina, alcune persone cominciarono ad avere polli nei loro appartamenti o ad allevare bestiame sui balconi (Perez-Lopez, 1995:138).

Tuttavia, la gente di Cuba non conobbe la malnutrizione o la carestia; i senza casa e le gangs di ragazzi di strada che si nutrono di cadaveri non apparvero nelle città cubane. Così come violenza, crimine e disperazione non divennero enedemici [...] un netto contrasto con la situazione della Corea del Nord, dove la carestia ha ucciso il 3-5% della popolazione.
Il vero miracolo fu fatto dalla popolazione cubana che, contro tutte le avversità, andò avanti grazie alla coesione sociale al livello locale. Nonostante Cuba sia fortemente urbanizzata, il tipico barrio è un villaggio urbano. Le famiglie sono strettamente inglobate nella vita di vicinato. La maggior parte delle famiglie hanno vissuto nella stessa casa per generazioni e si tratta di famiglie estese, con zii, e cugini.
Non si vuole idealizzare: le famiglie rimasero nelle loro case perche il regime congelò la proprietà individuale dopo la Rivoluzione e le persone sono ammassate in spazi ristretti perche è tutto quello che hanno. Il regime ha investito nello sviluppo comunitario non tanto per creare un collante sociale quanto per mantenere il controllo politico. Tuttavia, [il risultato] è un fatto che la maggior parte dei Cubani può contare sulla propria famiglia, amici e vicini. Questa solidarietà locale, o ‘capitale sociale’, ha aiutato i Cubani durante il “periodo speciale”.

Le conoscenze tradizionali sono state decisive per nutrire la popolazione. Nonostante quasi tutti i terreni furono collettivizzati dopo la Rivoluzione del 1959, circa il 4% dei contadini Cubani mantenne i loro appezzamenti. Un altro 11% venne organizzato in cooperative private (Burchardt, 2000). Le fattorie indipendenti erano più resistenti alla crisi delle fattorie dello Stato poiché operavano con meno energia e componenti chimici. I contadini indipendenti avevano mantenuto le conoscenze tradizionali che ora potevano essere riscoperte. Altri contadini si mossero dalle fattorie statali verso le aree urbane, diffondendo le conoscenze utili all’autosufficienza alimentare e all’agricoltura urbana.
Quello dell’agricoltura urbana è un movimento fai-da-te, facilitato dalla disponibilità di conoscenze tradizionali combinate con tecniche organiche e la rustica ingenuità, caratteristica dei Cubani.
Appezzamenti abbandonati tra palazzi di cemento o nelle periferie divennero orti biologici. La popolazione occupò gli spazi disponibili vicino alle case per coltivare frutta e ortaggi. Alla metà degli anni 90 si contavano centinaia di Club Agricoli registrati solo a L’Avana. Come racconta un coltivatore: “...scambiammo i semi, le varietà, e le esperienze. Conquistammo un senso ed uno spirito di aiuto reciproco, solidarietà ed imparammo la produzione agricola” (citato in Carrasco ed altri, 2003:98).

Ovviamente, la svolta di Cuba verso un’agricoltura “a basso input” non avvenne grazie ad una coscienza ecologica, ma alla stretta necessità.

Dalla seconda metà degli anni 1990, quando la situazione economica è migliorata e gli inputs industriali sono tornati ad essere disponibili, Cuba ha iniziato un ritorno all’agricoltura industriale. E’ comunque incoraggiante notare che, durante la prima metà degli 1990, i cubani sono riusciti a gestire ed attenuare un terribile shock dell’offerta di  risorse, grazie ad un eccezionale ethos comunitario. Il confronto con la Corea del Nord dimostra che ciò non fu cosa di poco conto.

Per approfondire perche la transizione/picco del petrolio ed altri materiali, vedi: Entropia, picco del petrolio e Filosofia Stoica

Benzina per la cultura

24 marzo 2011 2 commenti

Come si sa, funzione propria del genio è fornire idee ai cretini 20 anni dopo. Louis Aragon

Foto | Boka56

Aumenta il prezzo dei carburanti per compensare il taglio dei fondi al settore “della cultura” in Italia. Molti si arrabbiano ma è un provvedimento giusto.

Petrolieri e gestori (oggi SEMPRE divisi) si uniranno per gridare “Scandalo!” e “Vessazione!” ma la vessazione sono gli incentivi e sovvenzioni al trasporto su gomma.

Inoltre…

Deteniamo molti bruttissimi primati negativi:

  • siamo il paese più motorizzato al mondo;
  • siamo il paese che beve più acqua minerale al mondo (dopo l’Arabia Saudita);
  • siamo il paese con più auto blu al mondo
  • 1000 parlamentari;
  • siamo il paese che paga di più benzina e diesel A MONTE DELLE TASSE in Europa (e forse al mondo)
  • abbiamo i conti correnti più cari d’Europa
  • e diamo di meno di tutti alla cultura, all’ambiente ed al turismo.

Logico che vada spostata un po di grana!

Inoltre il decreto permetterà di capire meglio a molte più persone quanto pesa la bolletta petrolifera e dove si dovrà intevenire in futuro.

(continua)

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Petrolio vs. PIL

23 febbraio 2011 Nessun commento

Un post con tante immagini, per rispondere a LA domanda: quanto dipendiamo dal petrolio?

Dipende dalla correlazione tra ricchezza prodotta e consumi di petrolio.

Di seguito, i grafici con la correlazione tra la variazione del PIL reale (di anno in anno, “Y-o-Y”) e la variazione dei consumi di petrolio in tonnellate. I dati sono tratti, rispettivamente, da ONU e BP.

Gli USA

L’Italia

Il mondo

La Francia

La Germania

La Spagna

Il Regno Unito

mentre l’India

il Brasile

ed, infine, la Cina

Global growth of primary energy consumption has corresponded fairly closely to the expansion of the world’s economic product: During the twentieth century a roughly 17-fold expansion of annual commercial energy use (from about 22 to approximately 380 EJ) produced a 16-fold increase of annual economic output, from about $2 to $32 trillion in constant 1990 dollars (Maddison, 1995; World Bank, 2001). Vaclav Smil, Energy Transitions.

Petrolio – comparando previsioni e spulciando nell’ottimismo dell’AIE

16 febbraio 2011 Nessun commento

Si può formulare la regola che quanto più l’esercizio del potere è antico, tanto più apparirà benevolo, mentre quanto più recente ne è l’assunzione, tanto più apparirà innaturale e perfino pericoloso. John Kenneth Galbraith

Ora che aspettiamo le dimissioni di B. dopo quelle dello zio di Ruby e dell’altro ladrone Ben-Ali, vi propongo un grafico, che non invita a festeggiare. Lo so.

Il grafico è tratto da Oil futures: A comparison of global supply forecasts
riassume le principali previsioni relative alla produzione mondiale di petrolio al 2030.

E’ importante notare che (solo) 5 su 13 prevedono un picco prima del 2030.

Tutti gli altri ritengono che i nuovi giacimenti da sviluppare (off-shore, ultra profondi, sabbie bituminose) più che compenseranno il calo di quelli già sulla via del tramonto. E sono tanti e grossi.

Le 13 previsioni

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La caduta del muro mediterraneo

1 febbraio 2011 Nessun commento

Il movimento di protesta che sta cacciando Mubarack ed ha già esiliato Ben Ali rappresenta la sconfitta di una triplice prospettiva: il radicalismo islamico, le economie dei paesi OCSE e le aristocrazie militari dei paesi islamici. Ognuna funzionale agli altri due. Ovviamente le proteste sono rivolte in primo luogo contro il presidente ed il suo sistema di potere. Egitto e Tunisia, sono infatti stati di polizia, che hanno sistematicamente imprigionato, torturato ed ucciso da 30 anni. Ma vediamo perché la rivoluzione dei gelsomini e l’intifada egiziana rappresentano una sconfitta per Al Qaeda, per la strategia economica dei paesi ricchi  ed per l’apparato militare-nazionalista (onnipresente nel terzo mondo, ma particolarmente repressivo nei paesi islamici).
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Primo Levi: dal fascismo ad Auschwitz c’è una linea diretta

27 gennaio 2011 1 commento

L’intervista ritrovata (l’Unità 26.1.11)
Il grande scrittore in una conversazione inedita del 1973 con un giovane studente. «Oggi “Se questo è un uomo” lo riscriverei completamente, per mettere in luce le responsabilità italiane nella Shoah» di Marco Pennacini

La politica: «Il mio libro? Oggi verrebbe fuori una cosa completamente diversa: metterei in risalto il suo valore politico…»
Nel campo: «Immagazzinavamo tutto voracemente, ci interrogavamo a vicenda per sapere ciascuno la storia degli altri»
Invenzioni tricolori: «Lo sterminio industriale è tedesco. Ma la violenza a scopo politico in questo secolo è un’invenzione italiana»
I giovani: «Queste cose vengono sentite come arcaiche, come i garibaldini, come la rivoluzione francese, qualcosa di molto lontano…» Prosegui la lettura…

205.000.000 di disoccupati nel mondo nel 2010

25 gennaio 2011 Nessun commento

Secondo l’ILO, nel 2010 si contano 205 milioni di disoccupati nel mondo.

Nonostante una forte ripresa della crescita economica per molti paesi, la disoccupazione globale è sostanzialmente invariata rispetto al 2009, e conta 27,6 milioni in più rispetto al dato pre-crisi del 2007. L’Ilo prevede un tasso globale di disoccupazione del 6,1 per cento, pari a 203,3 milioni disoccupati, nel 2011.

Il rapporto mostra che il 55% di aumento della disoccupazione mondiale tra il 2007 e il 2010 si è verificato nelle economie sviluppate e nell’Unione Europea, mentre la regione rappresenta solo il 15 per cento della forza lavoro mondiale. In molte economie in via di sviluppo, come il Brasile, Kazakistan, Sri Lanka, Thailandia e Uruguay, tassi di disoccupazione sono effettivamente diminuiti rispetto ai livelli pre-crisi.

A livello globale, si stimano 1.530 milioni di lavoratori precari (“vulnerable employment”) nel 2009, corrispondente ad un tasso di occupazione vulnerabile del 50,1%. L’incidenza del lavoro vulnerabile è rimasta invariata dal 2008, in netto contrasto con la costante e significativa diminuzione media degli anni precedenti la crisi.

Il rapporto rileva inoltre ci sono state 630 milioni di lavoratori (20,7 per cento di tutti i lavoratori del mondo) che vivono (con le loro famiglie) con 1,25 dollari al giorno nel 2009. Ciò corrisponde ad ulteriori 40 milioni di lavoratori poveri, 1,6 punti percentuali superiore a quanto previsto sulla base delle tendenze pre-crisi.

8 anni fa se ne contavano 180 milioni, come dicevo alla Radio Vaticana (Sigh!)

Le criticità italiane relative ad energia e infrastrutture

19 gennaio 2011 Nessun commento

Mi permetto,

presento una analisi delle criticità italiane relative ad energia e infrastrutture. Ambiti vasti e complessi, per i quali le criticità italiane possono presentarsi sia sotto forma di “gap” rispetto agli altri paesi, che di debolezza dovuta alla disomogeneità interna al paese.

Le infrastrutture, come il sistema energetico, sono quasi sempre il risultato di importanti investimenti pubblici: lo Stato investe nella realizzazione di grandi opere come strade, treni, poste, reti di acqua e gas e, almeno inizialmente, li gestisce. Queste opere, oltre ad assicurare la crescita economica e l’integrazione della popolazione sul territorio,  garantiscono, più in generale, un consenso.

Nel corso del tempo, i servizi associati alle infrastrutture hanno assunto un peso crescente nel paniere del consumatore italiano, rispecchiando l’evoluzione socio-economica del paese ed un generale miglioramento della qualità della vita. I servizi legati ad energia e trasporti ben rappresentano il progressivo affrancamento da un’economia “di necessità”, dove i consumi sono rappresentati in gran parte dalla spesa per i prodotti alimentari e l’abitazione.

Diverse sono le preoccupazioni circa la competitività del nostro sistema Paese. Tuttavia, quasi sempre viene evidenziato come, oltre all’inefficienza della burocrazia, siano la debolezza delle infrastrutture di trasporto ed i costi dell’energia a costituire gli  elementi che maggiormente scoraggiano gli imprenditori e le imprese ad investire in Italia.

Il documento (pdf 33 pag.) Energia e infrastrutture revisited

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