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Ricchi e poveri in Roma

Divino

Nel Quattrocento è forte il divario fra le residenze nobilesche e la miseria delle altre, fra i Romani ben pasciuti e ben vestiti e i poveri, mezzi morti di fame, laceri, coperti di stracci. Del resto tale spettacolo è consueto nei centri occidentali e non dimentichiamo un episodio legato a Bordeaux e al suo sindaco. Questi nel 1580 riceverà un capo indiano venuto dal nuovo continente e lo farà interrogare per sapere cosa lo abbia colpito all’atto dello sbarco su terra francese, passando da Rouen. Per tutta risposta l’indiano soggiunge che non riesce a spiegarsi perché i poveracci tanto numerosi non prendano per la gola i pochi, fortunatissimi ricchi.

Il dato caratteristico di tante città lo è anche di Roma dove diseguale è la distribuzione delle ricchezze e abbondante è la miseria, dato questo sempre presente nei grandi agglomerati. Una caratteristica peculiare romana, evidenziata da Jean Delumeau, è quella di essere un centro quasi totalmente funzionale al papa. La popolazione, infatti, viene rapportata a lui. Migliaia di persone abitano un dedalo di viuzze collocate attorno a San Pietro, e cortigiani, preti, civili, artigiani, commercianti, militari, mendicanti fanno tutti conto sulla liberalità di un signore della terra e del cielo come il papa.

Tuttavia mentre tali situazioni sono familiari agli storici del Giappone o della Russia preindustriale, per quanto riguarda l’Europa del Quattrocento e del Cinquecento solo a Roma si registra un tale fenomeno. I Romani insomma sembrano parassiti ruotanti attorno al pontefice in attesa delle solenni ricorrenze religiose. Così all’inizio del Quattrocento, nonostante l’abbondanza dei commerci e dei costumi, la città versa in tristi condizioni. Il ripetuto passaggio di truppe e i frequenti cambiamenti di governi e governanti provocano guasti significativi.

Gli edifici di vario tipo e foggia attestano anch’essi il differente ceto e la consistenza economica dei loro abitatori. Modeste fino alla povertà le Domus terraneae, poco più che catapecchie, meno povere le case solaratae et columnatae. Più ricche invece le domus tectatae ante eas, e ancor più le case cum horto retro et cum turri at latere. Non poche poi sono le già ricordate domuscultae, mentre moltissime sono le case più misere, quasi capanne occupate dai nullatenenti e da una vera moltitudine che conferisce all’abitato il volto della povertà e dell’indigenza.

Sulle altre si ergono invece le case dei nobili: degli Orsini a Monte Giordano, dei Savelli al Teatro di Marcello, dei Conti al Foro di Nerva, dei Colonna dapprima presso il Foro Traiano, poi nei rioni di Trevi e dell’Agosta. Le zone nobiliari sono separate tra loro come nel secolo precedente da palizzate e rudimentali confini. Attorno si aggirano artigiani, commercianti, servi, mendicanti, militari, preti, monaci, emarginati di ogni tipo, razza e sesso diverso, abituati a vivere di elemosina ma anche di furti, rapine, di azioni aggressive e delitti di ogni sorta, volti a contrassegnare con tratti violenti di inusitata rozzezza la quotidianità romana.

In tale stato, come abbiamo più volte ricordato, i Fori, il Palatino, il teatro di Marcello, il Septizonio cadono sbriciolati in un degrado inarrestabile. Tutto ciò provoca un incontenibile decadimento dei costumi e del modello di vita cui si accoppia un generale basso livello morale dei cittadini, sebbene migliorati nel corso dell’ultimo secolo, ancora aggressivi e rumorosi, prepotenti, ineducati, abituati a veemenze di vario tipo: da quella degli uomini a quelle atmosferiche.

Ludovico Gatto, Storia di Roma nel MedioEvo, Newton Compton Ed. P. 533

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